appunti sulle antiche conoscenze e sulle nuove scienze
Gli antichi alambicchi alchemici
Gli oscuri processi alchemici di trasformazione di sé stessi e della materia sono scomparsi definitivamente oppure è rimasta traccia ancora oggi, nel mondo del terzo millenio? Un brevissimo excursus per capire il senso e i principi della più sublime delle antiche arti
Chi ancora immagina l’alchimia semplicemente come l’antenata non-scientifica della chimica moderna?
Beh, ogni appassionato ricercatore sa che questa è una versione molto superficiale dell’arte alchemica.
L’alchimia era molto, molto di più: consentiva ad un uomo davvero molto motivato, di trasformare sé stesso e la realtà, attraverso un processo iniziatico che richiedeva grande determinazione e qualità non comuni. L’Alchimista riversava tutto se stesso nella materia, la sua coscienza diveniva quindi un tutt’uno con gli elementi che trattava, principalmente lo Zolfo e il Mercurio.
E soltanto grazie alla sua personale trasmutazione poteva pervenire a qualche risultato pratico nel suo laboratorio. Egli era pienamente certo di un’immutabile verità: la realtà tangibile è l’esatto riflesso “condensato” della qualità vibrazionale della nostra coscienza.
L’Alchimia come scienza dell’auto-realizzazione
Non è forse lo stesso messaggio che grazie agli autori della Legge di Attrazione si è sparso in lungo e largo?
Già. Materia e spirito sono un’unica cosa. E se qualche alchimista riuscì mai ad ottenere l’oro metallico, come si ipotizzapossa essere accaduto a Nicolas Flamel, si trattò del segno esterno di un’avvenuta evoluzione del proprio Essere, della felice realizzazione dell’Oro filosofale.
L’adepto cresceva non solo in esperienze, conoscenze, qualità mentali e spirituali: egli subiva una profonda trasmutazione olistica, riplasmava la sua struttura biologica, attraverso un addestramento integrale. Infatti, in buona parte delle tradizioni alchemiche, soprattutto in quella cinese, si impiegano specifiche piante in grado di prolungare la vita e di ringiovanire.
Nel ŚatapathaBrāhmana, un testo indiano del’ottavo secolo a.C., è scritto che “l’oro è immortalità”. Anche nella tradizione ayurvedica il termine sanscrito che traduce la parola alchimia”, rasāyana,indica una serie di metodi per il ringiovanimento.
L”Alchimia per invertire i processi d’invecchiamento
Molti anni fa mi capitò di conoscere il maestro SunJunQing, autore del libro “WudanChikung”, pubblicato dalle Edizioni Mediterranee, un uomo che mi colpì per l’aspetto giovane e fresco. Sun raccontò esperienze che stentai a credere, ma che egli assicurò essere vere; ad esempio, riferì di aver conosciuto in Cina maestri straordinari che avevano raggiunto età impensabili per un essere umano, conservando uno stato psico-fisico invidiabile; evidentemente erano riusciti a realizzare il leggendario elisir di lunga vita.
Dunque il lavoro alchemico e gli scopi riguardavano differenti piani: materia, mente e spirito venivano costantemente e contemporaneamente sottoposti a sollecitazioni e pressioni inconsuete.
Vorrei sottolineare come lo stesso sforzo di comprensione fosse parte indispensabile del processo. Le uniche parole del Mutus Liber, un libro senza testo composto di quindici tavole raffiguranti il processo alchemico, esortano: “Prega, leggi, leggi, leggi, rileggi, lavora e allora troverai”.
Un mio amico in gioventù fu allievo di un alchimista francese; quando scrive lo fa in modo davvero singolare, articolato, complicato, spigoloso. Quando gli chiesi perché scrivesse in quella maniera, replicò: “Lo faccio per gli altri, così li obbligo a compiere uno sforzo”. Questo concetto nell’occidente contemporaneo, non è né comprensibile né immaginabile: la conoscenza è il più possibile agevolata, semplificata, levigata.
E’ lo sforzo che raffina l’energia
Persino materie notoriamente ostiche come la Fisica quantistica, oggi sono proposte al grande pubblico in versioni amichevoli e attraenti. Nel campo dello sviluppo personale, sia nell’editoria chenelle aule di formazione, vince chi riesce ad offrire strade ben confezionate, facili, invitanti, il più possibile “solubili”.
In particolare, penso a tutti quei seducentiprodotti editoriali che negli ultimi anni hanno popolato gli scaffali di librerie, supermercati e autogrill, con titoli di straordinario appeal. Mi riferisco in particolare alla fortunata serie del genere “Manifesting” o “Legge di attrazione”, tanto stroncatadai palati più sensibili, quanto amata e gettonata dal grande pubblico, corrente il cui capostipite indiscusso è l’ormai storico “The secret” di Rondha Byrne.
Vorrei chiarire che pur apprezzando le antiche tradizioni, non sono certo un purista, anzi credo di avere una spiccata tendenza ad integrare ogni cosa, a prendere il buono dove c’è, indipendentemente se provenga dalle Vie del passato, da un bravo coach motivazionale, oppure da un best-seller. Ebbene, qual è stata la critica principale nei confronti di certe riuscite operazioni commerciali, specialmente del filone già citato? In sostanza si vuole convincere il pubblico che per poter realizzare i propri desideri basta focalizzarsi su ciò che si vuole e visualizzarlo:Rhonda Byrne spacciò questo “segreto” come pervenuto addirittura dalle antiche scuole iniziatiche babilonesi.
Ma chiunque abbia confidenza con i processi di evoluzione personale, sa che non può essere così.
Il nostro stato di salute, le cose, le situazioni e le persone della nostra vita, sono il riflesso tangibile del nostro stato d’essere e di tutte le sue componenti. Per dirla in breve:
“noi non attraiamo ciò che vogliamo, ma ciò che siamo”
Le fasi alchemiche per giungere all’Oro filosofico
Per quanto possa sembrare drastico e assurdo alla maggior parte, una relazione che non soddisfa, un lavoro che non piace, una condizione finanziaria insufficiente, perfino una salute cagionevole, sono semplicemente le manifestazioni tangibili della qualità delle nostre frequenze vibrazionali.
Ora, è evidente che Rhonda Byrne e tutti i suoi epigoni, puntando al successo, hanno commesso un errore essenziale: ci parlano dei frutti, anziché delle radici. Se infatti immaginiamo la nostra vita come un albero, i frutti rappresentano i risultati tangibili: se non ci piacciono se non crescono in abbondanza, non sembra molto sensato focalizzarsi su di essi e visualizzare con grande fede un raccolto migliore.
Al contrario, occorrerà verificare lo stato delle radici, della parte profonda e invisibile dell’albero. Quindi, la fase in cui si accede al proprio potere immaginativo per manifestare ciò che si desidera, al contrario di quanto affermano i campioni della Legge di attrazione, non può che essere lo stadio finale di un avvenuto sviluppo dell’essere, è l’effetto naturale di una nuova frequenza vibratoria, di un’espansione che si è compiuta ad ogni livello.
E’ appunto l’Oro filosofico. In molte tradizioni ermetiche e in tutti i percorsi evolutivi reali, non si può prescindere da un percorso a tappe; come è noto, nell’Alchimia sono individuate varie fasi, molte fonti ne riportano generalmente tre, altre quattro, alcuni autori ne indicano anche sette.
L’opera al Nero e l’Inferno Dantesco
Di certo è che il livello iniziale era la cosiddetta Opera al Nero, o Nigredo: questo stadio è governato da Saturno e dal Piombo ed ha certamente una valenza terapeutica; è un’esperienza che gli alchimisti chiamavano anche VITRIOL, acronimo dell’espressione latina “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem” (visita l’interno della Terra, rettificando troverai la pietra nascosta).
Si tratta di una delicata operazione attraverso la quale l’iniziato riesce a riconoscere tutte le sue componenti consce e inconsce, diviene consapevole delle forze che costituiscono la sua natura, ancora bloccata ad uno livello involuto, che deve essere “rettificata”.
Le sostanze su cui opera si trasformano in massa confusa, gli elementi entrano in putrefazione e anneriscono; simultaneamente egli lavora sulla propria materia, si confronta con la propria ombra, con i propri demoni interiori, con il lato infernale delle proprie passioni, il medesimo che Dante descrive in maniera insuperabile nel suo Inferno.
Come noto, molti studi sono stati compiuti intorno ai percorsi esoterici di Dante, tra i quali spicca quello di René Guénon, “L’esoterismo di Dante”: come molti dei poeti del Dolce stil novo egli apparteneva ad un ordine iniziatico, i Fedeli d’Amore, presente in Francia, in Italia e in Belgio, ordine che rischiò di essere dichiarato eretico.
E’ facile notare certe evidenti corrispondenze tra la Divina Commedia e il processo ermetico, prima tra tutte il numero delle cantiche e gli stadi fondamentali della Grande Opera. Proprio nel popolare incipit della prima cantica che tutti sanno recitare quasi canticchiando, Dante ci confessa in modo esplicito quale fu la sua personale via di accesso al lavoro spirituale: la disperazione, l’angoscia, il buio esistenziale, in sostanza un insopportabilestato di sofferenza, come accade alla maggior parte dei veri ricercatori dello spirito:
“mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinnova la paura!
Tant’ è amara che poco è più morte”
Come spiega bene anche il Buddha, la sofferenza umana non dipende dai fatti esterni; essa è l’effetto naturale di una certa struttura mentale, di certi vizi psichici radicati di cui siamo inconsapevoli, dei quali siamo artefici e vittime, di un “addestramento” perfetto alla sofferenza.
Virgilio ha compassione di Dante e lo spinge a fare l’unica cosa utile, a percorrere l’unica strada che porta ad una reale e definitiva liberazione:
“a te convien tener altro viaggio
rispuose poi che lacrimar mi vide
se vuò campar desto loco selvaggio”
(Inf.I, 91-93)
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